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Social media all’assalto per una cultura partecipata

imageTra i tanti proposti alla BIT-Borsa Internazionale del Turismo di Milano, l’evento dal titolo “Travel Agent Storytelling” ci ha colpito in modo particolare: sarà stato forse l’argomento (il mondo dei social applicato al turismo e alla cultura), decisamente stimolante per chi, come noi, ha a che fare ogni giorno con il mondo dei tour operator; o forse sarà stato l’entusiasmo con cui i singoli speaker hanno presentato le rispettive case history, tutte accomunate dal fil rouge del web e delle storie. In un’ora e mezzo di dibattito si è parlato di musei, letteratura, Twitter,  ma non solo: perché i social, come vedremo, non si propongono di espugnare soltanto le roccaforti della cultura, ma in generale tutti i mezzi di espressione artistica che sembrano un po’ affetti dalla sindrome del “guardare e non toccare” e da un approccio al pubblico spesso obsoleto, talvolta altezzoso o persino, in alcuni casi, inaccessibile.

imageAl di là del fenomeno in sé, in quanto specialisti di comunicazione, siamo stati colpiti dai toni accesi e battaglieri che i fautori di questi progetti hanno scelto per farsi conoscere e dai nomi dei progetti stessi, molto eloquenti nel far capire che a questo torpore bisogna reagire con determinazione e metodo.

Cominciamo con #svegliamuseo, hashtag che definisce l’omonimo progetto, scoperto alla BIT attraverso le parole di Alessandro D’Amore, archeologo, che arriva subito al dunque: perché il museo possa essere oggetto d’interesse, bisogna trovare il modo di raccontarlo. Non c’è ricordo senza emozione, non c’è esperienza senza racconto, in termini più tecnici non c’è marketing senza storytelling. #svegliamuseo nasce dalla consapevolezza della scarsa padronanza del web da parte delle istituzioni culturali e museali italiane e di questa ammissione di inferiorità fa la propria la spinta propulsiva: si prenda esempio, quindi, da ciò che accade oltreconfine, dove il patrimonio è meno ricco ma talvolta più noto, vissuto e raccontato del nostro. Da qui il piano di contattare 10 musei stranieri che sono molto forti sui social media e di chiedere loro di “svegliare” 10 musei italiani, compilando una lista di consigli e best practice da adottare a costo zero. Vediamo dunque qualche esempio di storytelling museale che è diventato una case history di successo:


Lo storytelling indiretto

imageNel 2007 il Delaware Art Museum dà vita al progetto “The Art of Storytelling” con un sito dedicato. L’idea è semplice: lasciati ispirare dalle opere che hai ammirato durante la visita al museo e poi inventa una storia. In breve tempo il progetto si amplia ed il museo mette a disposizione una galleria online  di immagini dei suoi dipinti più famosi per permettere anche alle persone che non hanno mai visitato il museo di poter raccontare la propria storia. Infine, sull’onda del successo, si aggiunge un’ulteriore sezione al sito dedicato in cui è addirittura possibile creare la propria “storia per immagini” prendendo elementi, paesaggi e personaggi dai dipinti caricati online dal museo. A distanza di diversi anni, il sito contiene migliaia di storie (raccontate attraverso parole ed immagini) categorizzate per soggetto o tema, valorizzate, votate e incentivate (le migliori vengono registrate dagli utenti stessi e inserite nelle audio-guide ufficiali).

Lo storytelling diretto

imageSono i restauratori dello Statens Museum for Kunst di Copenhagen a raccontare il museo in prima persona, attraverso le parole o dei video, in una sezione dedicata dal nome “Stories from the Conservator”. Il tono è professionale, ma al tempo stesso accessibile, semplice, di impatto. Facebook e Twitter sono il salotto degli utenti, aperti a commenti e discussioni su quanto il museo decide di condividere con il suo pubblico.

Lo storytelling partecipativo

imageIl gigante newyorkese MoMa decide di farsi raccontare dal blog “Inside Out” –La sezione Viewpoints ci regala perle come “I went to MOma and…”, ed altre chicche interattive per “portare fuori ciò che c’è dentro e far entrare nel museo ciò che viene da fuori, dai visitatori”, in un flusso unico che non distingue il racconto del museo da quello sul museo, mettendo cultura e persone sullo stesso piano. C’è forse da aggiungere altro?

Veniamo ora all’intervento di Marianna Marcucci nella cornice della Social Media Week, che si sta svolgendo in questi giorni a Milano. Si parla di nuovo di cultura e social ed a spiccare tra i tanti interventi è la presentazione di Invasioni Digitali, progetto d’assalto per promuovere una fruizione partecipativa della cultura e valorizzarne il patrimonio italiano. L’iniziativa è recente ed ancora in divenire ma, ci piace sottolinearlo, tutta italiana. Chiunque può essere un invasore: basta segnalare un luogo di interesse culturale, trovare dei complici e concordare una data. Ogni invasione viene organizzata secondo la formula del blogtour e tutti i partecipanti si impegnano a documentare l’esperienza utilizzando l’hashtag #invasionidigitali su Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest & Youtube.

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L’assalto ha ben poco di violento ma avviene a colpi di smartphone, video e fotocamere, con il solo intento rivoluzionario di fare educational entertainment, cioè sensibilizzare divertendo e mettendo in relazione le persone per creare nuove reti.

Chiudiamo la rassegna di interventi sul tema con un cenno all’editoria: il progetto Twitteratura, presentato da uno dei suoi fondatori Pier Luigi Vaccaneo, che consiste nel riscoprire i grandi classici della letteratura in chiave social. La consegna è la seguente: riassumete un capitolo de “La Luna e i falò” di Pavese in 140 caratteri. Mostri sacri sviliti dal demone della sintesi? No, semplicemente una forma di ri-appropriazione, una seconda chance per esistere.

D’ora in poi pretendete quindi, nei limiti del consentito, di toccare-esplorare-parlare-interagire con le opere d’arte e poi lasciate che vi ispirino storie bellissime, personali, uniche. Proprio come i pezzi di un museo.