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“I blogger? Sono dei bugiardi”. Ottenere visualizzazioni manipolando la realtà.

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E’ uscito il 10 aprile in Italia Credimi! Sono un bugiardo. Confessioni di un manipolatore di media, titolo emblematico che nasconde un lavoro che “nonostante non abbia esattamente cambiato il mondo, in America è diventato un bestseller e si è guadagnato anche molta attenzione”. Queste, almeno, le parole dello stesso autore, Ryan Holiday, che Wired ha definito “uno sfruttatore del web”, uno che di Internet conosce i meccanismi ed è capace a sfruttarli, uno che ha piegato l’arte del brand positioning al suo volere in favore della ricerca smodata dell’hype.

Gli spunti trattati nel saggio sono tanti, e davvero capaci di scatenare trattazioni più ampie. Quello principale, che è anche connesso all’idea di bugia espressa nel titolo, si lega al concetto di falsificazione (o, nel migliore dei casi, esagerazione) nella pubblicazione delle notizie. Il blogger scorretto – finto giornalista 2.0 – cerca visualizzazioni per dare linfa al sistema corrotto che egli stesso crea, e lo fa scrivendo “al rovescio” storie dalle premesse assolutamente discutibili. “Ricevo continuamente email da parte di blogger e giornalisti che mi chiedono di fornire “una risposta” a qualche assurdo rumour o a qualche congettura” – confessa Holiday -. “Hanno solo bisogno di una citazione di me che nego il rumour: è il pretesto che gli permetterà di pubblicarlo”.

imageIn altri casi, invece, è lo stesso titolo delle notizie ad essere fuorviante. Non è indispensabile che dica la verità, deve essere un input. Deve promettere, non per forza mantenere. E così, ancora una volta, l’importante è che se ne parli, come diceva Wilde: è questa la regola del marketing (cattivo) che soddisfa una Rete che ha sempre più fame di clic, in cui il numero di lettori (e dei guadagni) dipende dalla capacità di un titolo di vincere la sfida ed emergere dall’anonimato. “Lady Gaga nuda parla di droghe e celibato”, “Bambina schiaffeggia madre con fetta di pizza e le salva la vita”: sono solo alcune delle headline più di successo degli ultimi anni citate da Holiday, che però, come prevedibile, aprono articoli che trattano di tutt’altro, buoni a soddisfare solo a metà le aspettative del lettore fiducioso e anche un po’ ingenuo.      

Ma l’autore, infine, attinge dalla sua esperienza di media strategist anche per spostarsi sui terreni altrettanto controversi delle immagini, prendendo come esempio due gallery simili (entrambe incentrate su paesaggi urbani decadenti e pubblicate qualche tempo fa da Huffington Post e da Magnum Photos) ma che registrarono successo inspiegabilmente differente: 4 mila commenti una, solo 21 l’altra. A cosa è dovuto questo divario? “Semplice”, scrive Wired, “le foto dell’Huffington Post non ritraevano persone, quelle della Magnum Photos, sì. Nelle foto dell’HP c’era la grandiosa decadenza di una città, ma non i suoi abitanti depressi, smagriti, affamati, che chiedevano l’elemosina. La fascinazione del degrado urbano alla Blade Runner ci spinge a cliccare, condividere, commentare; l’immedesimazione in un nostro simile che muore di fame no. Quella è un’immagine inchiodata a se stessa, alla sua cruda realtà di cronaca su cui noi non vogliano indugiare più di tanto. Indigna un utente e lui condividerà l’oggetto della sua indignazione. Fallo pensare e lui rifletterà in solitudine.”