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30 parole impossibili da tradurre, illustrate con disegni poetici

Con il termine “lost in translation”, che molti legano unicamente al gioiellino di Sofia Coppola del 2003, si indica solitamente la caratteristica di una lingua di non essere abbastanza “abile” a catturare l’essenza e il significato delle espressioni di un’altra, rendendo i termini, appunto, persi nella traduzione. Il “conflitto” che si nasconde dietro queste implicazioni è alla base del lavoro originale e prezioso di una designer neozelandese, Anjana Iyer, che sta tentando, con la sua serie ongoing di illustrazioni “Found In Translation”, di colmare con le immagini la virtuale distanza che spesso viene a crearsi tra due universi linguistici.

La scelta di rappresentare queste parole intraducibili, per ammissione della stessa artista, deriva dalla lettura di un articolo sul The Week, 14 words with no English equivalent. Da lì, l’idea di un excursus che sarebbe diventato parte di “100 Days Project”, il sito-scommessa che incoraggia a portare avanti un progetto per cento giorni consecutivi.

Meno ambizioso e più lirico, “Found In Translation” riprende la forza visiva che aveva già ispirato il celebre Chineasy, delineando un immaginario che, a giudicare dal riscontro che sta avendo in queste ore sul web, può già arrogarsi l’esclusivo titolo di instant classic. Splendido.


Bakku-shan
(giapponese): una ragazza bellissima… fino a quando non la si guarda in faccia.

Backpfeifengesicht (tedesco): una faccia che deve proprio essere presa a pugni


Fernweh
(tedesco): nostalgia per posti in cui non si è mai stati.


Aware
(giapponese): la sensazione dolceamara che si ha quando si sta vivendo un momento di grande bellezza


Pochemuchka
(russo): una persona che fa troppe domande.


Gattara
(italiano): donna avanti con l’età che vive sola e con molti gatti


Gökotta
(svedese): svegliarsi all’alba per sentire il primo canto degli uccelli.


Prozvonit
(ceco): fare uno squillo con il telefono, sperando che l’altro richiami e non ci faccia spendere soldi


Komorebi
(giapponese): l’effetto particolare della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi.


Papakata
(maori delle Isole Cook): avere una gamba più corta dell’altra


Friolero
(spagnolo): una persona particolarmente sensibile al freddo


Utepils
(norvegese): stare all’aperto in una giornata di sole, bevendo una birra


Tingo
(pascuense, Isola di Pasqua): rubare uno a uno gli oggetti di un vicino, chiedendoli in prestito e non restituendoli.


Schilderwald
(tedesco): quando una strada è piena di cartelli stradali e non si capisce nulla


Culaccino
(italiano): il segno lasciato su un tavolo da un bicchiere bagnato


Kyoikumama
(giapponese): madre che pressa i figli perché abbiano grandi risultati a scuola


Chai-Pani
(hindi): dare soldi a qualcuno perché una pratica burocratica vada buon fine


Iktsuarpok
(inuit): la frustrazione che si prova quando si aspetta qualcuno in ritardo


Won
(coreano): la difficoltà di una persona nel rinunciare a un’illusione per guardare in faccia la realtà


Mamihlapinatapei
(yaghan, linguaggio indigeno della Terra del Fuoco): il gioco di sguardi di due persone che si piacciono e vorrebbero fare il primo passo, ma hanno paura


Age-otori
(giapponese): stare peggio dopo essersi tagliati i capelli


Wabi-Sabi
(giapponese): accettare il naturale ciclo di vita e morte


Tokka
(finlandese): un grande branco di renne


Schadenfreude
(tedesco): godere delle disgrazie altrui


Ilunga
(tshiluba, Africa centrale): una persona che la prima volta perdona tutto, la seconda volta è tollerante, ma alla terza non ha pietà


Waldeinsamkeit
(tedesco): la sensazione di sentirsi come quando si è soli in un bosco


Tsundoku
(giapponese): l’abitudine di comprare libri e ammucchiarli in pile senza mai leggerli


Hanyauku
(Rukwangali, Namibia): camminare in punta di piedi sulla sabbia calda


Shlimazl
(yiddish): una persona cronicamente sfortunata


Rire dans sa barbe
(francese): sogghignare misteriosamente pensando a cose del passato